Lewis Wickes Hine: Girl in a Carolina Cotton Mill, 1908

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“Mi stavano a cuore due cose, volevo mostrare ciò che andava cambiato e ciò che andava preso ad esempio.”
Con queste parole Lewis Wickes Hine descrive per primo l’utilizzo della macchina fotografica come strumento per la promozione di riforme sociali.
È difatti riconosciuto come il primo fotografo sociale della storia. Fu il primo a scattare fotografie con il primario scopo di raccogliere dati per un’inchiesta che portasse ad un obiettivo preciso, la revisione delle leggi sul lavoro minorile.
La Biblioteca del Congresso, la biblioteca nazionale degli Stati Uniti a Washington, conserva più di cinquemila fotografie di Hine, scattate tra il 1906 e il 1918 su commissione del NCLC (National Child Labour Committee), un’organizzazione privata il cui obiettivo era la lotta contro “il crimine maggiore della società moderna”, cioè lo sfruttamento minorile.
In quest’archivio storico sono comprese anche le sue stampe originali. Sul retro di ogni sviluppo fotografico, si ritrovano le annotazioni che Hine prendeva al momento dello scatto sul suo taccuino personale, e che poi ricopiava pazientemente direttamente sulla stampa ricongiungendo le storie dei soggetti con l’immagine da lui impressa su carta. Lewis ha sempre rivolto la massima attenzione e rispetto alla vita dei soggetti, rendendole sempre dignitose attraverso le sue fotografie, nonostante le terribili condizioni alle quali i soggetti erano costretti. Così nelle didascalie ritroviamo i nomi dei bambini ritratti, le loro età, qualche commento che in un momento di confidenza, è stato timidamente  confessato durante lo scatto. Questa trascrizione sarebbe servita per eliminare ogni dubbio riguardo la veridicità delle foto, e per toccare il cuore, coinvolgendo emotivamente l’osservatore che si sarebbe subito legato alla questione dello sfruttamento minorile.
La dedizione che impiegava nello svolgimento del suo lavoro è constatabile anche dagli espedienti che inventava per aver accesso ai luoghi di sfruttamento (fabbriche tessili, miniere, filatoi, …): una volta si spacciava per un venditore di bibbie, una volta per un fotografo industriale, un’altra per agente assicurativo. Aggirare la sorveglianza non doveva essere affatto facile, e soprattutto aveva dei rischi, ma l’amore per la sua causa gli ha sempre permesso di andare oltre. Stando ad un’inchiesta del governo del 1907, 1.750.178 bambini tra i 10 e i 15 anni erano costretti a lavorare, a orari e condizioni impensabili per noi, per riuscire a soddisfare la forza lavoro che il boom economico richiedeva, e per aiutare le proprie famiglie rurali o operaie a sfamarsi. Spesso, difatti, erano i genitori stessi a falsificare i documenti dei figli per farli risultare più grandi e mandarli a lavoro prima, esclusivamente per necessità.
Forse per prendere coscienza della catastrofica situazione che ci troviamo davanti, può essere utile fare riferimento ad alcuni numeri: secondo una statistica ufficiale nel 1907, nel North Carolina, South Carolina e Georgia, il 50% della forza lavoro era costituita da bambini di 10 anni, la maggior parte impiegati nei filatoi di cotone, settore con il peggior sfruttamento minorile, stando alla rivista Solidary, organo ufficiale della cassa degli Stati Uniti d’America per il lavoro, la malattia e la morte.
 “Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica”.
“Quello che l’economia risparmia ora, la società lo ripagherà poi in misura mille volte maggiore” commentò all’epoca il fotografo difronte a questi dati sconvolgenti.
Certamente il lavoro di Hine, anche se autodidatta, è impeccabile per composizione, trattamento del contesto e controllo degli aspetti tecnici, soprattutto perché, come abbiamo detto, le situazioni erano tutt’altro che a suo favore, e all’epoca bisogna considerare che si necessitava di tempi di posa decisamente più lunghi dei nostri. Nonostante per questo motivo spesso Lewis abbia dovuto chiedere al soggetto di restare immobile per diversi istanti per poter scattare le fotografie, i risultati non devono essere considerati costruiti o artefatti, poiché non alterava in alcun modo le situazioni che immortalava.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, gli strumenti arcaici di cui si avvaleva: una ingombrante Graflex e la macchina professionale per negativi di vetro da 9×12 cm e 13×18 cm, oltre che la povere per il flash, pericolosa ed esplosiva.
Probailmente, oltre le ineccepibili capacità estetiche, Hine è riuscito a ricoprire il ruolo da innovatore che oggi gli è universalmente riconosciuto grazie alla sua intuizione di utilizzare il suo lavoro come strumento per la sensibilizzazione mediatica, tant’è vero che “The Survey”, l’organo di stampa dell’associazione NCNL, quando pubblicò la sua inchiesta fotografica, fu citato in più di un’occasione durante la revisione delle leggi sul lavoro minorile.
L’impressione che ho avuto partecipando al workshop con la documentarista newyorkese Nina Rosenblum, uno dei maggiori esponenti riguardo l’opera di Hine, e vedendo il documentario “Lewis Hine and America” è che la fotografia può ancora essere un prezioso strumento per combattere per i diritti umani. Se c’è riuscito un’autodidatta nei primi del ‘900 con strumenti ingombranti che andavano tutt’altro  che a suo favore, perché non dovremmo riuscirci noi?

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