Diane Arbus: Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York, 1962

Siamo nel 1962, a Central Park a New York, un bambino gioca nel parco. Diane Arbus comincia a girargli intorno, asserendo di cercare l’angolazione giusta da cui scattargli una foto. Dal provino è evidente che il ragazzo sia divertito e incuriosito. Dopo un po’ di tempo, però si spazientisce perché la fotografa sta impiegando troppo tempo a scattare; ed è in quel momento che Diane ferma l’attimo.

Un bambino dallo sguardo alienato, fisso in camera. La bocca è contorta in un ghigno. Le bracca sono rigide, tese lungo il corpo. Una mano stringe una granata giocattolo, mentre l’altra simula un artiglio. Una gamba è leggermente più indietro rispetto all’altra, dando l’impressione di essere più corta. La simmetria degli arti, tutti paralleli tra loro, è rotta dalla bretella della salopette cascata, sotto la spalla.
Tutto in quest’immagine suggerisce l’alienazione.
Nonostante la situazione convenzionale (è sempre un bambino che gioca in un parco), Diane riesce a cogliere quanto di più ambiguo ci si possa aspettare da un ragazzino. I nervi tesi e la contrazione del volto creano una tensione molto forte tra l’osservatore e il soggetto. La ricerca dell’estetica lascia il posto a una profonda indagine sull’inquietudine, che trova la sua massima efficacia nel contrasto tra la purezza intrinseca del bambino e la sua espressione maniacale.
 
Il provino degli scatti a Central Park.
La focalizzazione su quanto c’è di aberrante è un vero e proprio marchio di fabbrica della Arbus.
Quest’aspetto è ancora più evidente nei numerosi scatti che dedica ai “Freaks” (fenomeni da baraccone, con deformità fisiche tali da rappresentare una vera e propria attrazione da circo). 
 
Diane si arma della sua Rolleiflex 6×6 e crea un contatto: 
Quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione… Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici.
Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.” [D. Arbus]
 
Nelle fotografie di Diane viene restituita ai Freaks la dignità di persone: la fotografa si approccia conoscendo i suoi soggetti, entrando in intimità con loro. 
Arbus è consapevole che davanti a una macchina fotografica possiamo sentirci violati nell’intimità, quanto possiamo essere semplicemente noi stessi, dimenticando ogni corazza difensiva.
È per questo che Diane rende i suoi soggetti consapevoli del fatto che, nel momento dello scatto, essi rappresentino la loro condizione, portandoli così ad esaltare gli aspetti più grotteschi della loro persona, come in un gesto liberatorio dai pregiudizi.
 
Diane Arbus con una stampa di Child with Toy Hand Grenade

In ogni scatto è però riconoscibile come, oltre allo spirito dell’individuo fotografato, prendano forma anche le ossessioni di Diane, che trovano rappresentazione fisica nei disagi degli outsider.

È la capacità di far sfilare le proprie intime perversioni nelle fisicità altrui che crea la suggestione tipica delle fotografie di Diane Arbus. La forza di queste immagini è nella consapevolezza che quelle ossessioni vivono in ognuno. Ciò che spiazza è che non abbiamo davanti a qualcuno intento a nasconderle, bensì qualcuno che ci costringe a non guardare altrove, canalizzando la nostra attenzione. 
Così, attraverso i suoi personaggi, Diane ci accompagna in un viaggio introspettivo, facendoci specchiare nei volti dei mostri, che mai sono sembrati così umani.

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